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Per la motivazione del premio Pozzale 2008 a Renato Solmi

 

Rievocando il momento – 1954 – in cui uscì in italiano Minima moralia di Theodor W. Adorno, tradotto e introdotto da Renato Solmi allora ventisettenne, Franco Fortini scrisse : “Leggere le cinquanta pagine introduttive è chiedersi come un giovane da poco uscito d’università abbia potuto scrivere pagine di tanta assoluta intelligenza e lucidità storica; e come simile risultato si sia dato in una situazione politica e intellettuale di chiusura, di dimissione e irrigidimento.”1
Il grato stupore di Fortini, ad oltre mezzo secolo di distanza dall’anno in cui apparvero quelle pagine, è ancora il nostro, anzi è cresciuto nel tempo, perché ora ci è dato comprendere meglio che intellettuali della levatura di Renato Solmi sono casi rarissimi nel nostro Paese, e ne travalicano ampiamente i confini.

Autobiografia documentaria (Verbarium-Quodolibet, Macerata 2007) attesta una lunga e faticosa, quanto strenua e coerente, tensione di ricerca. Nel libro che raccoglie gli scritti di Renato Solmi dal 1950 al 2004 risaltano le stagioni di un impegno, vissuto con schiva onestà e curiosità inappagata, fin dai mesi trascorsi all’Istituto di Studi Storici di Napoli e dal successivo fervore con il quale egli partecipa a “Discussioni”, una rivista-incunabolo sulla soglia degli Anni Cinquanta di tormentati confronti. Solmi si schiera a favore di una “politicità consapevole e volontaria della cultura” contro una partitarietà obbligante e disciplinata. Era un modo per opporsi alle gabbie dello stalinismo e per rivendicare un marxismo come campo aperto, “sintesi di forze molteplici”. Quindi è la volta del lavoro editoriale in Casa Einaudi, della scoperta, entusiasta, dello “storicismo sconsolato” di Adorno e della Scuola di Francoforte, della quale si sente spinto a diventare “semplice adepto”.

Dopo l’allontanamento dall’Einaudi i trent’anni di insegnamento di storia e filosofia nei Licei e lo studio appassionato e partecipe di movimenti che fanno intravedere nuove modalità di organizzazione e una nuova radicalità: dai “Quaderni rossi”, ai “Quaderni Piacentini” alla “nuova Internazionale pacifista e non violenta” che – ritiene Solmi – si sta sviluppando un po’ dovunque nel mondo.

Renato Solmi è stato ed è nei luoghi di fecondi e minoritari gruppi ereticali. Al fianco: come compagno ostinato, e maestro severo.           

Autobiografia documentaria ha una rilevanza da Opera omnia: testi e esperienze vi si rispondono a vicenda in stretta complementarità. La modestia di Renato Solmi nello scegliere il titolo è stata eccessiva, ma è pur vero che non si potrebbe facilmente scovare un titolo unitario per un libro così ricco, straripante d’«intelligenza» e «lucidità», visto che le pagine – scarne e necessarie, prive di qualsiasi artificio e ben lontane da ogni accomodante autobiografismo filtrato dal senno di poi – su Benjamin o de Martino, su Clausewitz, Brecht o Raniero Panzieri non sono meno importanti di quelle dedicate a Walter Benjamin, Günther Anders, Leo Spitzer. Con la stessa libertà e penetrazione con cui tratta questi autori, di alcuni dei quali egli ha dato traduzioni definitive, Solmi sa parlarci dei problemi della scuola in Italia e dei movimenti della sinistra americana. E proprio nelle pagine sulla Nuova sinistra americana sono disseminate osservazioni e intuizioni che risultano lungimiranti, da meditare con attenzione. Anche se Solmi, sempre scontento e pronto ad additare vuoti e scompensi, inadeguatezze e illusioni, semplificazioni e ingenuità, rifiuta la benché minima boria profetica E non lesina riflessioni autocritiche. Non si tratta di tracciare un bilancio o lanciare ammonimenti, ma di un invito a pensare e a capire oltre il contingente.           

Nella Prefazione Solmi confessa la propria impressione che “questo libro, che è, se così si può dire, un sommario dettagliato della sua vita, sia tutto rivolto verso il passato”.

L’Autobiografia documentaria di Renato Solmi ci aiuta, in realtà, a interpretare il passato perché ha presente ad ogni riga un futuro che mai è stato. E ci interroga. Non offre soluzioni ma propone domande, incita indirettamente ad agire. Nella consapevolezza, adorniana, delle difficoltà e delle sconfitte: “Comunque agisca, l’intellettuale sbaglia. Egli sperimenta radicalmente, come una questione di vita, l’umiliante alternativa di fronte alla quale il tardo capitalismo mette segretamente tutti i suoi sudditi: diventare un adulto come tutti gli altri o restare un bambino”2.
Il premio letterario Pozzale Luigi Russo è fiero, a sessant’anni dalla sua fondazione, di scrivere nel suo album di insigni protagonisti di un’Italia civile e combattiva il nome caro, fraternamente amico, di Renato Solmi.

Roberto Barzanti

Empoli, 15 luglio 2008

 

[1 agosto 2008] 

 

1. Quando arrivò Adorno, «Corriere della sera», 6 febbraio 1977.

2. Th. W. Adorno, Minima moralia, Torino Einaudi 1954, trad. it. p. 127.

 

 

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